Concreta opera

Non basta l’idea e non è nel rapido momento del pensiero che si realizza un’opera. Non è l’attimo virtuale, non la leggera inconsistenza di un like, non il rapido sguardo distratto su uno schermo liquido.
Non c’è niente di più terreno e umano dell’azione manuale; la capacità di generare nuovi oggetti e forme e strumenti con del senso, un’utilità, una bellezza, al servizio dell’uomo. E per realizzarli incrociare il tempo che Dio ci dona, usandone spesso ore, giorni.
Tutto questo diventa anche contributo perfetto alla creazione quando la nostra opera è gratuita, quando il suo realizzarsi non è scandito da un tempo a pagamento che conta il minuto e finisce spesso per ridurre la bellezza, la qualità, la perfezione di ciò che stiamo generando perché non importa la cura ma è il profitto a cui si punta per poi andare oltre, ad altro da guadagnare con il prossimo lavoro.
La fulgida libertà che si sperimenta quando si compone qualcosa con amore perché possa servire ad altri, libertà che con il suo sapore diventa anche il regalo per colui che vi ha prestato le mani e un frammento della sua vita. L’opera diventa parte di noi e una vaga eco della nobiltà creatrice risuona nei nostri spesso sordi orecchi umani…: “…vide che era cosa buona”.
Noi, piccoli uomini dall’effimero passaggio terreno possiamo partecipare della dignità creatrice. Il nostro minuscolo frammento, ma frutto del talento che non sprechiamo, la nostra minuscola impresa nell’infinità delle ere e dello spazio ma a similitudine dell’azione del Padre e in fedeltà al suo mandato che ci ha voluto custodi della terra.
Incrociando le braccia o pensando che forse è meglio che facciano altri perdiamo ciò che abbiamo ereditato alla nascita, la dignità di figli di un Dio creatore e quindi anche noi impregnati di essenza creatrice.
Non possiamo arenare la nostra barca in una palude fangosa. Nella sua pienezza e nobiltà l’uomo è collaboratore del Dio Artefice e non semplice spettatore.
Siamo chiamati a far parte di questa creazione non ancora compiuta, “in stato di via” come dice anche il Catechismo della Chiesa Cattolica. Siamo chiamati a lavorare per il bello e per il buono usando tutta l’intelligenza e i talenti che Dio ci ha donato. Quel bello e quel buono che alla fine della vita comporranno le pietre del selciato che ci apparirà davanti e che seguiremo fino alla porta della Gerusalemme Celeste.
È tutto qui, è semplice, è una concreta opera.
E per essere ancora più concreti mi piace raccontare di un’opera tangibile davanti alla quale mi sono trovata l’anno scorso e che ha procurato in me molta gioia. Gioia quando l’ho vista e ancora più gaudio quando ho saputo chi l’aveva realizzata.
Sto parlando del noviziato del gruppo FSE del Campagnano I e di un ponte lungo la Via Francigena.
Sulla Via infatti c’è sempre stato un tratto di cammino che i pellegrini avrebbero voluto percorrere. È un passaggio chiave per evitare di camminare lungo la trafficata Cassia bis, è l’attraversamento del fosso del Pavone. In questi ultimi anni vari pellegrini si sono avventurati. Nella stagione secca si poteva guadare, ma in tanti neanche ci provavano a deviare per i campi che portano al fosso per timore di arrivare e poi di non poterlo attraversare. Meglio allora continuare sull’asfalto della Cassia, o allungare il percorso su altre vie, oltre l’autodromo di Vallelunga, allungando di vari chilometri il cammino. È qui che la concreta opera si è realizzata. Ora il ponte c’è, una perfetta costruzione in stile scout, essenziale e funzionale. La voce si diffonderà.
Pellegrini passeranno. Passando i pellegrini si aprirà il cammino che porta al guado, lì dove l’erba alta dei prati che bisogna attraversare ancora cela il percorso.
Si traccerà il sentiero con il passaggio di tanti. E tutto questo semplicemente perché ora il ponte c’è. E l’opera non si è limitata a questo: l’altro servizio reso è stato quello della pulizia di un tratto di cammino e di due fonti, la Fontana Latrona e la Fonte di Maria Bona. Un lavoro rilevante e accurato. Il territorio di Campagnano, finito sotto la custodia scout, credo sarà un passaggio sicuro per i pellegrini. Ci sarà ancora da fare, bisognerà salvaguardare quello che è stato fatto e passare per verifiche costanti: tutte buone occasioni per non smettere mai di essere persone dalla concreta opera.

Monica D’Atti

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