“La maglia rosa non mette mai i piedi a terra” (Gino Bartali)

“Oh, quanta strada nei miei sandali,
quanta ne avrà fatta Bartali,
quel naso triste come una salita,
quegli occhi allegri da italiano in gita,
e i francesi ci rispettano che le balle ancora gli girano,
e tu mi fai – dobbiamo andare al cine – e vai al cine, vacci tu”
Paolo Conte

1914, Ponte a Ema, Toscana, d’estate, a meno di un anno dal pieno della prima guerra mondiale, nasce Gino “Ginaccio” Bartali, uno tra i più famosi ciclisti della storia d’Italia. Esordisce come dilettante nei primi anni trenta e nel 1936 passa al professionismo. Proprio nel periodo che nei libri di scuola viene descritta l’escalation che dall’avvento del fascismo porta all’inasprirsi del regime totalitario in Italia, dagli accordi con la Germania di Hitler all’introduzione delle leggi razziali nel nostro Paese, lui conosce la consacrazione sportiva. Vince la Corsa rosa, il Giro di Lombardia, il secondo Giro d’Italia, un Tour del France e la Milano-Sanremo. Sceglie anche, nel 1937 di diventare terziario carmelitano con il nome di Fra Tarcisio di S. Teresa di Gesù Bambino.
Nel 1940 conosce e accoglie in squadra un giovane promettente, Fausto Coppi, alessandrino di nascita, dal carattere ancora immaturo, che Gino prende sotto la sua ala protettrice. Ne intuisce il talento e decide di mettersi al suo servizio spronandolo e supportandolo durante le gare. È famoso l’episodio avvenuto durante il Giro di quell’anno nel corso di una salita sulle Alpi in cui Bartali, avanti qualche decina di metri rispetto al compagno, si accorge che dietro di lui il giovane era alle prese con forti dolori e stava per scendere dalla bici e lasciare la corsa.
Gino torna indietro, gli si affianca e, con la grinta e il mordente che lo contraddistinguevano, gli da dell’acquaiolo (in gergo sportivo portatore d’acqua n.d.r.) e lo sprona a impegnarsi di più e a dimostrare a se stesso di essere un vero campione. Coppi vince il giro e il giorno dopo l’Italia entra in guerra. Per cinque anni la carriera dei due campioni si interrompe sospesa come un filo su un continente in piena tensione bellica, che si appresta a scrivere una delle pagine più orrende della storia dell’umanità.

Ma cosa fa un atleta durante la guerra? La notorietà e il successo che vengono a mancare gli tolgono le sicurezze? Lo disorientano? Come impiega quel corpo allenato e pronto a battagliare su due ruote se non ci sono più avversari, piste, squadre, borracce, sudore e pathos agonistico? È proprio in quel momento che l’uomo, Gino, coglie cosa la storia gli chiede di fare, capisce che in quelle gambe c’è una potenzialità straordinaria che lui può mettere al servizio dell’umanità. In fondo non fa altro che riprendere una parte del suo lavoro, infatti, durante la scuola faceva il meccanico di paese ed era solito fare le consegne ai clienti per conto dell’officina. Non ha dovuto far altro che scavare nella sua storia per intuire come poteva continuare a dare senso alla sua vita, la risposta era già lì, pronta per essere scoperta. Fu così che nel completo segreto, mantenuto a lungo anche dopo la fine della guerra, inizia a trasportare documenti falsi da Assisi a Firenze, documenti che sono valsi la vita e la speranza di più di 800 ebrei. Ad Assisi infatti, c’era una stamperia clandestina che produceva passaporti falsi utili per l’espatrio, quei passaporti finivano dentro la sella della sua amata bici e percorrevano 184 chilometri ogni giorno protetti da un campione veloce come il vento per finire nella mani del vescovo di Firenze che si occupava della loro distribuzione.
Un solo passo falso gli sarebbe stato fatale, poteva essere fucilato all’istante per un reato del genere. In effetti, nel 1943 Bartali venne arrestato dalla polizia fascista che a Firenze era rappresentata dallo spietato comandante Mario Carità, ma nessuno ispezionò la sua bicicletta e lui fu salvo. Dopo la guerra i suoi successi sono innumerevoli, il Web è pieno di filmati di lotte tra lui e il più giovane Coppi, commentate da giornalisti che si chiedono, ieri come oggi, se contino di più l’età anagrafica, l’allenamento, la voglia, il cuore per vincere… alla ricerca dell’equazione perfetta, che non esiste, se non diversa e nascosta nelle pieghe della storia di ciascuno.
A dimostrazione che un campione è prima di tutto un uomo, che ha testa e cuore in equilibrio, tale da resistere ai tumulti della Storia che ti fa passare da vincitore a arrestato, da leggero a pesante, da libero a prigioniero, a libero di nuovo, vivo. La storia discreta, ma potente di quest’uomo insegna che quando la tua vita si identifica esclusivamente con il lavoro che fai e la tua identità si costruisce sui successi che ottieni, in realtà sei in piedi sopra un podio di cristallo, troppo fragile per resistere alla guerra, troppo delicato per sostenere l’improvvisa mancanza di sicurezza e riferimenti. Se sei prima uomo, donna e poi atleta, ciclista, campione del mondo (potremmo aggiungere ciascuno il nostro impiego), sai ascoltare la voce che ti chiama, SEMPRE, verso la TUA strada, il tuo posto nel mondo, il tuo SERVIZIO verso chi in quel momento ha bisogno, non un bisogno generico, ma bisogno di te, del tuo talento coltivato, delle tue gambe, la tua bici, della specificità che solo tu puoi portare e nessun altro come te. Gino raccontò quanto accadutogli durante la guerra solo al figlio Andrea raccomandandosi al suo silenzio perché “il bene si fa ma non si dice” solo perché voleva far capire ai giovani lettori del suo libro, che “l’eroismo e l’impegno civile esistono veramente”: ESTOTE PARATI!

 

Francesco Barbariol

 

Gino Bartali, Tutto sbagliato, tutto da rifare, Milano 1979
https://sport.ilmessaggero.it/altrisport/cento_anni_fa_nasceva_gino_bartali_un_pezzo_di_storia_italiana_scritto_pedalando-504274.html
http://www.treccani.it/enciclopedia/gino-bartali_(Dizionario-Biografico)/
https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Bartali
http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/La-bicicletta-di-Bartali-il-racconto-segreto-di-un-eroe-che-salvo-800-ebrei-con-la-sua-biciclettae7f7b249-26a9-4a81-98e7-81a777b290d1.html

 

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