Fatti non foste

“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza”
Divina Commedia – Inferno, 26 vv.118-120

Mi è tornato in mente che tanti anni fa, quando ero ancora Scolta, ritrovai in una rivista associativa la famosa terzina della Divina Commedia dove Ulisse lancia la sfida ai suoi compagni di viaggio.
In verità la conoscevo bene, l’avevo studiata già al liceo pochi mesi prima; in quel momento scolastico mi colpì, ma poi l’avevo anche riposta in un cassetto della memoria. Ritrovarla scritta lì, sulla rivista scout che leggevo sempre, perché raccontava le cose del mondo del quale facevo parte, fece un effetto diverso. La sua eco risuonò forte e chiara. C’entrava con la mia vita, parlava anche a me, in quell’oggi che stavo vivendo. Ve la rimbalzo e vi passo la sfida. Il messaggio è chiaro. Nessuno di noi è fatto per una vita primordiale, nessuno di noi deve accettare di vivere una vita abbozzata e grossolana. Il meglio di noi chiede di venire fuori e noi dobbiamo tirarlo fuori con ostinazione e convinzione.
Certo ci vuole anche un po’ di scaltrezza, perspicacia. Bisogna vagliare bene il buono dal cattivo, l’utile dal superfluo, lasciar perdere ciò che porta via
tempo e vita. E guardare anche il mondo nel quale ci si trova a vivere con attento senso critico.
Non vi sembra a volte di sentirvi prigionieri di ciò che alla fine accettiamo? In questo spazio occidentale (perché ci sono parti del mondo diverse da noi) la proposta di vita che ci viene fatta passa sempre di più da comodi spazi virtuali che affascinandoci per la loro apparente libertà e sostanziale comodità finiscono per chiedere, senza che noi ce ne rendiamo conto, tanti spazi alla nostra reale e corporea percezione. Esempi semplici, banali ed estremi: per sapere che tempo sta facendo guardiamo una app di previsioni senza affacciarci alla finestra; facciamo un giro a piedi e ciò che abbiamo fatto vogliamo ci sia raccontato dalla registrazione GPS del nostro smartphone; passiamo a prendere un amico e non suoniamo più al campanello, magari neanche sappiamo esattamente dove abita… uno squilletto e lui arriva in strada uscendo da chissà quale porta o cortile; sono in un luogo e sta passando un personaggio famoso e subito lo voglio fotografare… lui intanto è passato e io l’ho visto solo attraverso lo schermo mentre scattavo; per non citare comunicazioni e abbracci che avvengono solo attraverso chat anche quando ci si trova vicini.
In verità la cosa è ancora più grave. Ciò che mi fa paura è la tendenza a vincolare sempre di più a supporti esterni il nostro muoverci come esseri umani in questa vita. Non serve che il nostro occhio veda… crediamo di più a ciò che Facebook, Instagram o altro raccontano a proposito di cose che magari abbiamo visto e vissuto anche noi. Io vedo, ascolto, parlo, odoro, tocco, ma forse tutto questo non mi serve tanto. Sempre di più accettiamo il filtro di altri, di altre persone, di altri strumenti. Ci sembra di essere informati senza renderci conto che siamo entrati in un tunnel a senso unico (stretto e pieno di gente). Ciò che c’è fuori non lo vediamo mentre ci convinciamo che ciò che viene proiettato sulle pareti sia tutta la realtà. Quando B.P. parlava di Salute e Forza Fisica nella Strada verso il Successo così titola un paragrafo: “Salva te stesso e contribuisci a preservare il genere umano”.
Credo che oggi la nostra salvezza e il servizio che possiamo fare agli altri passi dalla riconquista di spazi fisici e corporei; da smartphone “eroicamente” spenti; da abbracci materiali; da esperienze vissute senza doverle interrompere sempre per fotografarle e raccontarle in diretta come se dirle agli altri sia più importante che viverle; da notizie da mettere insieme dopo attente valutazioni, magari con verifiche in prima persona o informandoci da persone reali; dallo smettere di cercare oggetti sempre più smart che se non li hai ti sembra di essere stupido e se li hai lo diventi veramente. Dobbiamo avere cura materiale di muscoli e testa. Tutto potrà esserci utile quando sarà necessario andare anche controcorrente, per scegliere e seguire la giusta direzione… e ai nostri sensi non vogliate negare l’esperienza, come diceva ancora Ulisse.

Monica D’Atti

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