Si sopravvive di ciò che si riceve, ma si vive di ciò che si dona. [C.G. Jung]

Il nostro personaggio è un ragazzo semplice, che per comodità chiameremo Aris. Il sociale è stato il suo riscatto e sarà la sua vita. È una persona di carattere, visto che è emerso da una realtà assai “complicata” e critica come quella dei campi Rom!

Innanzitutto raccontaci un po’ di te.

Sono nato in Bosnia, a Sarajevo e sono venuto a vivere in Italia nei primi anni 90, dopo lo scoppio della guerra civile nei Balcani. Avevo tre anni ed ero solo con mia madre, e, poiché non conoscevamo nessuno, ci siamo stabiliti presso il campo di Vicolo dei Savini. Nel 2005, siamo stati trasferiti sulla via Pontina nel Villaggio della solidarietà di Castel Romano.
Mio padre, rimasto in Bosnia per impedire che qualcuno si impadronisse di quel poco che avevamo, è venuto a mancare quando io avevo 17 anni. Sono, quindi, cresciuto solo con la mia mamma che è tuttora, non avendo fratelli, la mia figura di riferimento. Ho iniziato a frequentare la scuola da subito, ma con qualche difficoltà in più rispetto ai miei coetanei soprattutto quando il campo è stato spostato a Castel Romano.
È diventato complicato raggiungere la scuola, non essendoci mezzi di trasporto adeguati. All’epoca frequentavo il secondo anno dell’Istituto Tecnico Agrario e non potevo usufruire del servizio scuola offerto perché sarei entrato sempre in seconda ora e rimasto scoperto il pomeriggio.
Mia madre ha dovuto ingegnarsi e fare in modo che qualcuno mi accompagnasse e quando nessuno era disponibile ero costretto a fare un tratto di una S.P. a piedi abbastanza pericoloso! Tutto è diventato più difficile anche organizzare una uscita con i miei compagni di scuola, perché vivevo in mezzo al nulla e non potevo muovermi liberamente! Io però non volevo perdere i miei legami e con estrema testardaggine ho continuato a frequentare l’istituto ed i miei amici sino al diploma.
Nel 2012/2013 mi sono iscritto alla III Università nel corso di Scienze dell’educazione e della formazione. Oggi sto per laurearmi, devo discutere solo la Tesi.

Ci vuoi raccontare come ti sei avvicinato al mondo del “volontariato” e per quale motivo hai scelto proprio Scienze della Formazione?

Le due cose sono inscindibilmente legate. Già prima di frequentare l’Università, sono stato folgorato dalla bellezza di un progetto di recupero scolastico e socializzazione rivolto a ragazzi che avevano e vivevano difficoltà, per certi versi simili a quelle che avevo avuto io e che potevano creare problemi al proseguimento degli studi e dei rapporti con i coetanei.
Ho deciso di farne parte, anche per restituire un po’ di quello che era stato dato a me di positivo in passato ed ho iniziato a seguire ragazzi sia italiani che stranieri, provenienti da contesti davvero difficili. Era, quindi, uno spazio extra scolastico che sosteneva i ragazzi supportandoli sia nei compiti scolastici sia nelle loro relazioni interpersonali, favorendone anche il graduale reinserimento nel contesto sociale. Lì ho capito di poter essere utile agli altri e anche quanto fosse bello e gratificante donare una parte del proprio tempo.
La scelta della facoltà é stata, quindi, quasi obbligata, poiché, per quanto difficile e distante dai miei studi secondari, soddisfaceva la mia esigenza umana e, in un’eventuale prospettiva futura, anche professionale.
Attraverso il mio servizio per quei ragazzi, avevo, in effetti, trovato me stesso e la mia vocazione. Questo mi ha portato a fare anche un’altra scelta, durata due anni e mezzo circa, quella di trasferirmi dal campo presso la sede di un’associazione di volontariato, ove poter portare a compimento i miei studi e, contemporaneamente, prestare la mia opera di volontario e proseguire nel progetto del quale vi ho parlato.

Cosa significa per te aiutare il prossimo, o servire?

È la mia dimensione di vita, ma intendo fare una doverosa precisazione. Chi lavora nel sociale, certo lo fa anche per avere uno stipendio dignitoso, ma non ha delle prospettive di ricchezza: crede, soprattutto, di poter migliorare le cose. La realizzazione di un qualsiasi progetto educativo che aiuti qualunque essere umano a trovare se stesso, ad uscire dall’emarginazione, a reinserirsi attivamente nel contesto sociale, non ha alcun prezzo.

Come si fa ad instaurare una relazione autentica con un ragazzo “difficile”?

Non esiste una modalità standard. Si parte dall’essere umano che hai davanti, dalle sue difficoltà, dai suoi pregi e difetti, che, uniti alle tue risorse, permettono l’instaurazione di una relazione autentica, al cui interno, entrambi gli interlocutori ricevono arricchimento reciproco. È un lavoro lento, non bisogna avere fretta, in quanto ognuno ha i propri tempi: ognuno deve essere messo nelle condizioni di potersi aprire ed arricchirsi.

Che spazio occupa nella tua vita l’ascolto?

È solo attraverso l’ascolto che puoi capire le esigenze della persona che hai davanti. Devi mettere da parte te stesso e le tue convinzioni, accettando che il tuo pensiero possa non soddisfare interamente i bisogni dell’altro. L’ascolto è lo strumento principale per intessere una relazione: bisogna cercare di “empatizzare” con l’interlocutore, porsi sulla sua stessa lunghezza d’onda, tentare di condividerne le paure e le angosce, nonché le difficoltà. Solo quando si è arrivati a parlare il suo stesso linguaggio “spirituale” allora si può sperare di avere delle risposte concrete.

Quanto ti ha fatto crescere l’esperienza del servizio nel volontariato e dell’aiuto al prossimo, seppur in vista professionale?

Mi ha reso uomo: confrontarmi con altre realtà, anche ai limiti della normalità, mi ha fatto conoscere me stesso. Non è solo il fatto di avermi svelato una mia particolare propensione, ma di avermi fatto conoscere determinati lati della mia personalità, che diversamente non avrei mai conosciuto. Nel rapportarmi a determinate realtà, ho avuto modo di sperimentarmi innanzitutto come uomo. Nel rapportarmi con la diversità, ho scoperto i miei difetti, le mie paure, le mie angosce. Anche questo mi ha aiutato a non assorbire la negatività di altri che si trovano in situazioni di disagio, o il fallimento in alcune relazioni. Nella realtà umana ho scoperto me stesso e la mia strada.

Quale consiglio puoi dare ai ragazzi che intendono fare la tua stessa scelta?

L’aiuto che si da al prossimo prescinde da qualsiasi credo, da qualsiasi ideologia, da qualsiasi stereotipo.
Esso è naturale, sgorga dall’animo e per esso non deve essere preteso alcun corrispettivo. Del bene lo compiono tanto i credenti, di qualsiasi religione,come anche coloro che non lo sono. Il servizio e l’aiuto al prossimo prescindono da qualsiasi connotazione sociale: bisogna mettere sempre l’uomo al centro del progetto. Esso è l’unico obiettivo e non ce ne sono altri. Alle volte dobbiamo essere capaci anche di dimenticare noi stessi.

a cura di

Michele Zoncu

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