Laboratorio: L’Europa dei popoli: la costruzione della casa europea

Pasquale Cananzi

 La chiacchierata esamina le fondamenta su cui costruire una società europea: l’empatia verso l’altro, la disponibilità all’integrazione, la consapevolezza della propria identità

Identità = IO

Chi sono io? La risposta a questa domanda passa per una identificazione cioè per “fare qualcosa” di sé stessi (etimologia latina). Ciò significa che nel identificarsi si riconoscono le caratteristiche principali della propria persona, quei tratti che la rendono unica e distinguibile da tutte le altre. Ci sono tratti fisici e mentali, materiali e spirituali: la somma di tutti quelli che appartengono alla stessa persona ne fanno l’identità.

Alterità = TU

Indubbiamente è possibile tentare di identificare una persona per i suoi tratti fisici (identikit). Molto più complicato è pensare di identificare i tratti mentali di un soggetto (profilo di personalità), tanto che quest’ultima operazione contiene sempre amplissimi margini di incertezza che a lungo hanno fatto dubitare che potesse esservi una scienza capace di portare a questo risultato.

È possibile tratteggiare le abitudini di una persona, ciò che possiede, cosa di solito preferisce fare (tratti materiali). Molto meno facile è pensare di poter leggere e sondare le profondità spirituali di un’altra persona. L’unica vera certezza è la differenza tra quanto si crede di conoscere – sé stessi cioè l’io – e quanto si spera di poter capire, ossia l’altro, il TU.

Il gruppo relazionale = NOI

Eppure, nonostante quanto appena detto, nella consuetudine di ogni giorno ci accorgiamo di fare parte di gruppi – il cui esempio più ovvio è la famiglia – ai quali ci sentiamo “appartenere”.

Avvertiamo istintivamente che in quel gruppo, talvolta di poche persone come una squadriglia o una pattuglia, la caratteristica principale è che il gruppo stesso ha una sua identità nella quale tutti ci riconosciamo. Il noi. Si tratta di significazione così profonda che, quando non riusciamo a fare questo salto, non ci sentiamo coinvolti nella relazione in maniera sufficiente, di solito riteniamo che il gruppo non funzioni.

Questo tipo di considerazione è talmente coinvolgente da metterci in crisi, da farci soffrire. Ciò accade anche se quel “noi” non si confonde nel nostro “io”, perché è comunque una parte di identità che avvertiamo come nostra. Il suo fallimento o la sua crisi sono pertanto motivo di sofferenza. Insomma nel noi vi è una identità specifica che è maggiore e coinvolgente le singole persone che la compongono.

“Il tutto è più della somma delle singole parti”.

Che noi è possibile per l’Europa?

La prima conseguenza del ragionamento fin qui svolto è che, per costruire una casa europea, occorre avere un progetto: essere capaci di identificare le caratteristiche che fanno l’identità europea, cioè quel “noi” che può essere condiviso da tutti e che renda l’Europa un gruppo cui ci si sente di appartenere. Insomma una casa, capace di contenerci tutti e che sia il frutto dell’appartenenza di ciascuno a quel qualcosa in più che ne fa una parte della nostra identità, senza la quale ci mancherebbe qualcosa di importante.

Strumenti di costruzione – Empatia

Dov’è Abele tuo fratello?” Risponde Caino “non lo so. Sono forse io il guardiano di mio fratello?” (Gen 4,9). Perché prendersi cura di Abele?

Questa domanda sopporta due tipi di risposta: quella di Caino, che si centra su sé stesso distinguendosi da Abele e quindi negando di essere il suo custode; quella, invece, di riconoscere nell’altro un fratello, un valore del quale, quindi, non si può non avere cura.

Se l’altro è un valore bisogna essere capaci di notarlo, di farsi “toccare” dalla sua presenza Questo “rendersi conto” per Edith Stein è il “gewahren“: “osservare, accorgersi di qualcosa che affiorando d’un colpo davanti a me, mi si contrappone come oggetto (come le sofferenze che leggo sul viso dell’altro)“. L’altro, il TU, impone di interrompere la propria vita, l’IO, perché ci accorgiamo di lui.

Empatia allora significa essere pronti ad un evento di rottura, allo spezzarsi della continuità della propria esperienza per aprirsi all’esperienza dell’altro in quanto valore: lo riconosciamo, quindi, per dignità pari alla nostra.

Quindi empatia è un “einfulen”, un atto complesso con cui si coglie l’altro nel suo modo unico e del tutto proprio, irripetibile, di essere. Non è semplice e non è sempre immediato: ci vuole ascolto, predisposizione ad accogliere la alterità, proprio perché non è immedesimarsi incondizionatamente, ma sforzo di farsi vicino e di comprendere un altro che mantiene la sua specificità e la sua diversità (E. Stein, Il problema dell’empatia).

Un efficace esempio è quello del medico di fronte alla ferita: la vede, la comprende, dà uno sguardo ad una cosa che un altro uomo potrebbe ritenere ripugnante ma, ciò facendo, garantisce al paziente una intimità che passa per quella ferita. L’umanità del medico consente al paziente di affidarsi: i due diventano vicini, prossimi, perché hanno in comune la stessa ferita anche se vista da prospettive diverse. La ferita diventa feritoia di cura, apertura verso condivisioni altrimenti impossibili (E. Trevi, Musica Distante, meditazioni sulle virtù).

Da un apparente univoco dolore nasce invece una condivisione: ti vedo, mi accorgo del tuo valore, della tua specialità, ho cura di te (A. Margarino, “Perché siamo esseri speciali, L’empatia come presupposto della cura).

Empatia conduce quindi ad una condizione importante:

Guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io avrò cura di te…… Ti salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…… Io si, che avrò cura di te” (F. Battiato, “La Cura”)

Strumenti di costruzione – Integrazione

Nel novembre del 2014 davanti al Parlamento europeo sono emerse tutte le pecche della nostra società. Papa Francesco ha parlato di una “Europa nonna”, stanca ed invecchiata, non più fertile e nemmeno vitale. “Cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere, dare la vita per la dignità dei loro fratelli?” (Papa Francesco, Discorso al Parlamento Europeo, Strasburgo, 25/11/2014)

Più di recente lo stesso Papa ha richiamato insieme ai padri fondatori dell’Europa come De Gasperi e Schumann, un uomo sconosciuto ai più che non siano teologi, Erich Przywara, gesuita e grande mente, vissuto fra il 1908 e il 1972 (Papa Francesco, Discorso al Conferimento del premio Carlo Magno, 06/05/2016).

La sua idea di Europa nasceva dall’esperienza personale: aveva vissuto le due guerre mondiali con tutte le loro atrocità e, soprattutto, la primavera dei popoli che aveva portato a costruire l’unione europea.

Ma quella primavera dov’era finita? (Si tenga presente che è un pensiero concepito sul finire degli anni ’50, ossia quando in teoria la spinta europeista era apparentemente forte).

Cosa costruisce l’Europa?

Sicuramente la sua identità in quanto parte del mondo ma diversa pure dall’Asia e dall’Africa alle quali è contigua (nel mito Europa, fanciulla fenicia, viene rapita da Zeus che la porta con sé sulle acque).

Ma anche la dimensione politica intesa come alleanza (in ebraico berith), quasi sponsale, fra il popolo e l’autorità, in cui si esprime quanto di più profondo vi sia nella città e nello Stato: un vincolo di cura e di servizio vicendevole fino al dono della vita.

Ancora la sua dimensione spirituale intesa come “anima”, visione, progetto di insieme in cui vi sia una concezione unitaria dell’Europa nel suo insieme. Una forma di spirito matematico, ingegneristico insomma.

Infine la dimensione cristiana dell’Europa compresa e presa dal suo fondarsi sulla “teologia dello scambio” (S. Paolo, nel riferirsi al rapporto fra Dio e uomo, la chiama katallaghé cioè riconciliazione, in cui le due parti si compenetrano l’una nell’altra, per consentire al più debole di condividere il destino del più forte): un’Europa che si fa strumento di servizio e che – proprio perché condivide la dimensione religiosa – esce a cercare il povero e il diverso e li invita alla sua mensa come amici.

Insomma concludendo, si può edificare una nuova Europa che peschi nelle sue radici cristiane e nella sua storia di lotte e di condivisione: ne viene fuori l’identità di un “noi” che si basa sulla comune necessità di scambiare, cioè di condividere l’uno con l’altro le proprie risorse e peculiarità.

Si pensi alla ricchezza e longevità dell’antica Roma: un patrimonio culturale che conferma che la ricchezza ed il valore di un popolo si radica nel sapere articolare tutti i livelli di cultura, nazioni, epoche e visioni in una sana convivenza.

Evitando riduzionismi ed intenti uniformanti, che finiscono per generare la crudele povertà dell’esclusione, togliendo allo spirito la sua nobiltà, per sostituirla con la meschinità del rifiuto del diverso.

L’Europa che si basa sulla integrazione, va all’essenza del cristianesimo e fa della accoglienza e tesaurizzazione delle diversità la sua caratteristica fondante (E. Przywara, L’idea d’Europa, la “crisi” di ogni politica cristiana, Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2013).

Conclusione: lo spirito dell’Europa e la sua identità

Concludendo il nostro percorso, possiamo quindi giungere ad una possibile soluzione.

Ripartendo dal pensiero dei padri fondatori del progetto europeo (Schumann, De Gasperi), che volevano costruire una casa comune, non certo portare tutti i popoli all’interno di una struttura già fatta, si può fare una vera “trasfusione di memoria” (espressione di Elie Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti): recuperare oggi la solidarietà in concreto e farla vivere ai nostri ragazzi come esperienza di ogni giorno in sestiglia, squadriglia, pattuglia.

Ne nasce il vivere giorno per giorno la capacità di essere empatici e di integrarsi con l’altro, mantenendo la propria identità.

Il futuro dell’Occidente non è tanto minacciato dalle tensioni politiche, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento, in breve da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalle responsabilità con l’unica preoccupazione per il proprio io” (K. Adenauer discorso all’assemblea degli artigiani tedeschi, Dusseldorf, 27/04/1952).

Questo genera, seguendo l’itinerario di Papa Francesco:

  • la capacità di dialogo di cui armare la gente con la cultura della vita, dell’integrazione e dell’incontro
  • la capacità di generare, ossia di costruire “giocando il gioco”, senza rimanere spettatori o semplici scommettitori sul futuro, ma facendosi parte attiva nella costruzione di una società integrata e riconciliata che si poggi su un’economia solidale, garantendo intanto ai giovani – che sono già il presente – quella dignità che ne fa costruttori di futuro.

Questo percorso trasforma l’Europa del semplice spazio da difendere in un processo da implementare. Ciò significa che non ci possono essere recinti all’interno dei quali difendere esclusivamente le proprie idee e la propria identità, ma processi messi in campo per tirar fuori le energie ed accettare le sfide della storia, in modo che difficoltà e contraddizioni siano una normale variabile all’interno di un sistema che consente di coinvolgere e superarle.

Come dice padre Antonio Spadaro su Civiltà Cattolica, il Papa ha adottato lo “sguardo di Magellano“, cioè lo sguardo di chi osserva l’Europa come se fosse un esploratore, che arriva al centro venendo dalle periferie.

In questo modo può più facilmente identificare meccanismi e processi che rendano l’Europa sé stessa, cioè crogiuolo che integra culture, prospettive e modi di vita. Anche su questo ci troviamo facilmente da scout, capaci di osservare e decifrare tracce e segni di pista.

Nella logica della costruzione della casa comune, il concetto più importante su cui si fondano le radici dell’Europa cristiana è il servizio (tema trattato in una recentissima intervista del Papa a “La Croix”, richiamando Przywara), tema su cui ci troviamo facilmente d’accordo.

Costruire la casa comune europea è quindi un concetto molto vicino alla quotidianità nostra e dei nostri ragazzi: è fatto di empatia, integrazione, capacità di gestire dei processi. Passa per il dialogo e la capacità di costruire il futuro.

Di sicuro ci chiede di scoprire una volta di più lo spirito del gesto della lavanda dei piedi, ponendoci al servizio dell’umanità di oggi e dei nostri ragazzi per primi.

Noi, insieme a loro, saremo costruttori della casa comune e quindi lasceremo “il mondo migliore di come lo abbiamo trovato”.

Il nostro mondo-Europa che è quello di papa Francesco, di Erich Przywara e di Edith Stein, da vivere con lo stile dello scoutismo e con la fratellanza mondiale voluta da B.-P., che ci farà dire lievemente e con serenità, come Santa Teresa Benedetta della Croce alla sorella (Suor Benedetta, Carmelitana) al momento di consegnarsi nelle mani dei nazisti che le avrebbero condotte alle camere a gas di Auschwitz-Birkenau, “Vieni – lei dice prendendola per mano – andiamo per il nostro popolo”.