Oltre il limite

Stefano Bertoni

Ci mettiamo sui binari e aspettiamo che il treno arrivi. In fondo, basta stare un minimo attenti e controllare che i binari siano liberi. Perché non provarci?”: questo è il folle racconto fatto alla polizia da alcuni minori nel Veneziano dopo che erano stati sorpresi ed erano stati condotti in questura.

E questo è quanto spiega su face book un macchinista friulano: “Ogni sera alla fermata di Tricesimo San Pelagio, (sulla linea Udine- Tarvisio), vedo ragazzi sostare sulle banchine dei binari e spesso quando passa il treno si appostano vicino ai binari facendosi fotografare dagli amici”. Gli esperti hanno definito questa pratica “daredevil selfie”, traducibile più o meno come autoscatto temerario.

Siamo di fronte non a una moda isolata, ma una tessera di un mosaico di ben più ampie dimensioni costituito da tutta una serie di attività di forte fascino e presa sui giovani e che hanno alcuni elementi in comune: il più importante ed evidente è che molto spesso il minimo errore ha conseguenze fatali.

Se il selfie sui binari è confinabile nella pura incoscienza, esistono altre pratiche, di forte presa sull’universo giovanile e che, in alcuni paesi, sono anche riconosciute ufficialmente come attività sportive: è il caso del Parkour. Il termine Parkour, coniato da David Belle e Hubet Koundè nel 1998, deriva da parcours du combattant (“percorso del combattente”): in sostanza è l’evoluzione del percorso di guerra utilizzato nell’addestramento militare e sviluppatosi sulla scia degli insegnamenti di Georges Hèbert.

Il secondo elemento che accomuna gesti folli e sport e attività estreme è la possibilità di diffondere via social le proprie imprese. Tra i più giovani sono note le imprese di Oleg Sherstyachenko, noto anche come Dardevil, funambolo, che ha iniziato fare parkour a quattordici anni e che oggi ne ha ventisei, autore di imprese da Mosca a Dubai a Hong Kong, tutte molto rischiose e da terrore puro e tutte ampiamente documentate sul web.

Se già tale attività può apparire discutibile quando praticata in un contesto “ufficiale”, è evidente come possa trasformarsi facilmente in un gioco di morte quando ripresa e praticata per emulazione da giovani inconsapevoli e alla ricerca di sfogo per la propria adrenalina.

L’elemento “social” e la ricerca di condivisione di rafforzamento dell’autostima personale attraverso l’approvazione pubblica è ancora più evidente nel base jumping, il salto nell’aria con la tuta alare, la regina delle discipline-limite.

Molti articoli di stampa lo scorso anno hanno mostrato una realtà che inizia a diventare inaccettabile. Trecentoundici morti in trentacinque anni, oltre la metà dopo il 2009, nel 2016 trentasette ragazzi uccisi, quindici solo in agosto. Tutte morti in diretta, filmandosi con una mini telecamera, o con il cellulare.

È significativo quanto affermato da Maurizio Di Palma, 37 anni di Pavia, uno dei base jumper più forti del mondo: “Senza social il 90% di noi farebbe altro. Ma la società più esibizionista della storia non può puntare il dito contro l’egocentrismo di chi, quantomeno, conserva il coraggio di lasciarsi precipitare davvero“.

Sarà pure vero che la società è attuale è esibizionista e narcisista all’ennesima potenza, però forse possiamo anche dissentire da queste affermazioni.

In questo scenario anche le trasformazioni dell’alpinismo giocano un ruolo non indifferente, con l’esaltazione spesso acritica di imprese che spesso non hanno più alla base il gusto della scoperta, della ricerca interiore e della sfida con se stessi – ma sempre ricercando un risultato con un margine di sicurezza – ma il desiderio di stupire un pubblico avido di follie.

Di qui l’esaltazione della scalata in velocità di pareti impossibili per battere sempre nuovi record o della pratica del cosiddetto free solo, arrampicata senza protezione nella quale evidentemente il gioco con la vita raggiunge il confine estremo.

A fronte di tutto questo lo scoutismo come spesso accade si muove controcorrente: la consapevolezza del valore della vita che Dio ci ha donato deve sempre alla base della progettazione e realizzazione delle nostre attività.

Ogni volta che ci mettiamo in marcia dobbiamo essere sempre consapevoli del vero significato dell’avventura, che non è certo quello di giocare con la nostra esistenza.

Certamente vivere all’aperto, muoversi in ambienti montani o anche in bicicletta sono attività che portano in sé una percentuale di rischio – quale avventura è a rischio zero? – ma è nostro compito trasmettere a ragazzi l’importanza che tutto avvenga nella massima sicurezza possibile senza che per questo le attività perdano il loro fascino.

E sarà bello scoprire che un’uscita a piedi o in bicicletta possono essere gratificanti e piene di significato anche se non sono una discesa di downhill!

 

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Pubblicato in 2/2017, Preparati a Servire