Bibbia e relazioni: la gratificazione

img_8864Don Paolo La Terra – Assistente Generale

La quarta ed ultima tappa del cammino che abbiamo compiuto alla ricerca di uno stile di relazione migliore, ispirato dalla Sacra Scrittura, ci conduce a riflettere, infine, sulla gratificazione.

A guidarci lungo il percorso sarà, questa volta, il Salmo 133 (132), che – come di consueto – vi invito a leggere prima di continuare la lettura.

Tutti gli altri elementi che abbiamo esaminato lungo il cammino avevano a che fare, direttamente o indirettamente, con la relazione nell’ottica dell’esercizio di un ruolo e del raggiungimento di determinati obiettivi o scopi.

La gratificazione, invece, ci chiede di coltivare, nell’ambito della relazione, degli spazi di gratuità, all’interno dei quali (messi di lato il ruolo di ciascuno e la finalizzazione delle attività) potersi esprimere in contesti non formali.

Gratificare, letteralmente, significa, fare gratis, cioè al di là e al di fuori di ogni comportamento e interazione; in altre parole, al di là di ogni dovere che io possa pretendere dagli altri o che gli altri possano pretendere nei miei confronti!

Il salmo 133 (sul quale sarà opportuno riflettere anche in modo più approfondito in altre sedi) ci aiuta a entrare in questa prospettiva.

Quali sono i presupposti di una relazione vissuta con lo stile della gratificazione?

Il salmo lo afferma al primo versetto, in una sintesi bellissima.

Innanzitutto, la relazione gratificante è bella e gioiosa. Ciò che in italiano è tradotto “bello”, in ebraico letteralmente è “buono”: è il termine con cui si indica la tensione etica dell’uomo che lo porta a compimento, e che affonda le sue radici nell’essenza stessa di Dio, il “buono” per eccellenza.

La bontà, dal punto di vista etico, risplende nella bellezza, dal punto di vista estetico, e si esprime nella gioia, dal punto di vista dello stato d’animo.

Ma c’è di più. Bello e gioioso si riferiscono allo “stare insieme”, che letteralmente , in ebraico, suona “sedere insieme”: si tratta della comunione nella condivisione, della vicinanza e del contatto, all’interno di una relazione “calda” che si esprime nell’incontro degli sguardi e dei gesti di chi siede l’uno accanto all’altro.

Come non pensare ai nostri fuochi di bivacco, ai nostri cerchi, allo spirito che si vive in squadriglia e alla Famiglia Felice?

Ultimo presupposto, infine, è che tutto ciò sia vissuto “come fratelli”. È un’affermazione molto impegnativa. Gli amici ce li scegliamo, i fratelli no!

Con i fratelli condividiamo la stessa origine e lo stesso sangue (nel nostro caso la stessa legge, la stessa promessa e la stessa appartenenza associativa), ed è questo il fondamento “oggettivo” della relazione: siamo, quindi, chiamati ad accoglierli come un dono, così come sono, gratis.

È a questo punto che la gratificazione si incontra con la gratuità, all’interno di una relazione in cui dovere e piacere si uniscono fino a fondersi, diventando un tutt’uno che riempie la vita.

Se i fratelli non si sono scelti, è Dio stesso che li ha scelti, per farli incontrare e “consacrarli” all’interno della relazione. Questa realtà viene descritta, proseguendo nella lettura del salmo 133, con il simbolo dell’olio: lo stare insieme di cui parla il salmo diventerà allora segno e manifestazione della scelta operata da Dio, come l’olio con cui si ungevano i sacerdoti per consacrarli nel loro ministero sacro.

L’olio unge il capo, la barba e le vesti di Aronne: pervade tutta la sua vita in tutte le sue dimensioni.

L’olio unge, cioè penetra in profondità attraverso i pori della pelle, rendendo i muscoli elastici e tonici.

L’olio lenisce e dà sollievo, come la crema idratante che spalmiamo sulle mani screpolate a causa del freddo o delle tante attività usuranti che svolgiamo.

Quanto potere idratante ha, all’interno di un relazione, la tenerezza così cara a Papa Francesco!

La tenerezza che si esprime nel sorriso, nel ringraziamento, nella parola gentile, nei piccoli gesti di attenzione non dovuta, nella B.A.; nell’essere cortese e cavalleresco dello scout e nell’essere cortese e generosa della guida; nel cuor leale e nella lingua cortese dei lupetti e nella gioia sorridente delle coccinelle; nella mia mano che tocca e sostiene le spalle scaldate dal sole, del mio fratello rover o della mia sorella scolta, mentre sta portando il mio zaino, che io non ce la faccio a portare; nell’autorevolezza del capo o della capo che con sorridente fascino riesce ad esercitare l’autorità legata al suo ruolo, senza che questa venga percepita o pesi in alcun modo.

L’altro simbolo usato nel salmo è quello della rugiada, che dà frescura e fecondità. La relazione, infatti, vissuta nel mero esercizio di un ruolo, alla lunga inaridisce.

Le conseguenze sono due: da un lato, la riduzione della vita al ruolo esercitato; dall’altro, l’incapacità di esprimere tutti gli altri aspetti – e sono tanti – che, al di là del ruolo, ci connotano nella nostra unicità e irripetibilità.

In quest’ambito, la gratificazione è rugiada che nutre la relazione, nel momento in cui cerca e realizza spazi in cui condividere con gli altri, in modo informale, quegli altri aspetti della vita non collegati direttamente, immediatamente e necessariamente all’esercizio del ruolo o ad uno scopo determinato.

La gratificazione, inoltre, nutre la relazione perché la proietta oltre se stessa, facendo affiorare un “di più” di vita che ha a che fare più con il suo “senso” che con i suoi “fini”.

Anche su questo versante lo scautismo ha già potenti e peculiari risorse a cui attingere. Si pensi ai racconti, alle confidenze e alle riflessioni che ci si scambia sottovoce dopo la fine di un fuoco di bivacco, mentre si aspetta che la fiamma si esaurisca, e si sta là, insieme, nella penombra, a guardare i ceppi crepitanti che rosseggiano, in un’atmosfera che pone sullo stesso livello tutti quanti, uniti nello sguardo convergente verso il fuoco che va via via spegnendosi.

Ma si pensi anche ai canti, alle danze e ai bans che sono parte integrante del nostro stare insieme: guardati dall’esterno sembrano privi di significato – sia nel testo che nei movimenti – al punto che, per qualcuno, gli scouts sono solo dei “cretini” che fanno cose da “pazzi”.

In effetti, se le cose stessero così, tutti i nostri fuochi di bivacco o cerchi di famiglia felice dovrebbero avere come esito finale il ricovero in qualche reparto psichiatrico…

Ma le cose non stanno così! Canti, danze, bans, espressione, sono creatività allo stato puro che si proietta oltre la dimensione razionale, condivisione di una gioia che rafforza le relazioni, celebrazione della vita che lascia spazio a ciò che le dà senso compiuto, dopo una giornata vissuta a raggiungere obiettivi esercitando dei ruoli.

Canti, danze e bans hanno un “senso”, non hanno un “fine”!

La bontà e la soavità del sedere insieme come fratelli, idratati dall’olio e nutriti dalla rugiada, infine, vengono orientati, nell’ultimo versetto del salmo 133, verso Gerusalemme, in un contesto di benedizione e pienezza di vita. Gerusalemme è la città santa, ma anche la comunità a cui apparteniamo e la vita di ciascuna persona.

In conclusione, la relazione gratificante, vissuta in modo idratante e nutriente, ci apre autenticamente all’altro, nella sua totalità, come dono di Dio da accogliere e rispettare; dono prezioso e inestimabile davanti a Lui, sacro e fecondo davanti agli uomini.

Pubblicato in 3/2016, Nelle sue mani