Bibbia e relazioni: protezione e non collasso

Don Paolo La Terra – Assistente Generale

La terza tappa del cammino che, con l’aiuto della Sacra Scrittura, ci sta conducendo verso il miglioramento del nostro stile di relazione, si arricchisce adesso di due elementi ulteriori: la protezione e il non collasso.

Per comprenderli meglio, vi invito a leggere – prima di continuare a leggere le righe che seguono – la seconda lettera ai Corinzi, dal versetto 23 del capitolo 1 al versetto 4 del capitolo 2.

La comunità di Corinto è sempre stata croce e delizia dell’apostolo Paolo. La peculiarità di Corinto, porto di mare in cui convergevano e si incontravano culture, sensibilità, mentalità e impostazioni esistenziali radicalmente diverse, si rispecchia nella vita della comunità fondata dall’Apostolo: tendente alle divisioni interne e alle contrapposizioni, tentata di annacquarsi col paganesimo predominante e attraversata da grossi problemi morali.

Ci sarebbe di che perdere la pazienza e mandare tutti a quel paese, esasperandosi ed esasperando gli altri per mantenere il controllo della situazione, affermando e ribadendo ostinatamente la propria leadership. Il brano che stiamo prendendo in considerazione, invece, ci rivela come Paolo, grande esperto di umanità, cerchi con pazienza di rinsaldare la trama di una relazione che – per la natura della comunità di Corinto – è tendenzialmente precaria e turbolenta.

Il primo atteggiamento che Paolo pone in essere è la protezione, e viene espresso chiaramente in 2Cor 1,23: Paolo afferma – con giuramento solenne – che non è voluto andare a Corinto solo per risparmiare ai Corinzi i suoi rimproveri. Avere un atteggiamento protettivo significa evitare all’altro stress emotivi ed esistenziali che, in quel momento, non sarebbe in grado di sopportare e di decodificare adeguatamente.

La protezione non va confusa con la superficialità di chi lascia correre, senza intervenire quando ciò dovesse risultare necessario. Al contrario, presuppone la squisita sensibilità di chi, rendendosi conto del fatto che – in quel determinato momento – caricherebbe sulle spalle già affaticate dell’altro un peso che diventerebbe insostenibile, rimanda ad un momento successivo il suo intervento, in attesa che l’interlocutore sia nelle condizioni migliori per poterlo reggere e interpretare adeguatamente.

La protezione mette al centro l’altro e la sua condizione, prima che il proprio bisogno di chiarimento o di intervento. Sulla base di questa affermazione, non è certamente protettivo l’atteggiamento di coloro i quali dicono: “Quando ho qualcosa da dire, devo subito dirla in faccia!”.

Fatta salva la necessità della chiarezza, vale la pena ricordare che – sebbene si possa trattare della verità – occorre che questa venga sempre accompagnata dalla carità: come abbiamo già visto, la verità senza carità può uccidere! La protezione, quindi, è inserita nell’ambito della carità che si deve accompagnare sempre alla verità.

Al v. 1 del cap. 2, Paolo associa alla protezione anche l’espressione dello stato d’animo con cui ha fatto la scelta di rimandare la sua venuta a Corinto: non c’è solo il comportamento protettivo, ma anche la sua declinazione sul versante emotivo all’interno della relazione.

La descrizione dello stato d’animo dell’Apostolo, dopo aver fatto riferimento alla tristezza, continua al v. 4, in cui la sua afflizione, la sua angoscia e le sue lacrime vengono presentate come espressione del suo grande amore per la recalcitrante comunità di Corinto. Non c’è offesa o rimprovero diretto, ma espressione – nella chiarezza – della propria condizione e del proprio stato d’animo.

Il secondo elemento, che si può tematizzare a partire da questo brano, è la capacità di gestire una relazione con l’atteggiamento del non collasso. Non collasso significa che, all’interno della relazione, occorre condividere tutto, sia il positivo che il negativo, sia il bello che il brutto, sia il comodo che lo scomodo, sia il piacevole che lo spiacevole.

Al v. 24 del cap. 1, Paolo scrive ai Corinzi che non vuole essere padrone sulla loro fede, ma piuttosto collaboratore della loro gioia.

L’Apostolo, nella sua saggezza umana resa più acuta dalla grazia, sa bene che sarebbe controproducente rimproverare continuamente gli interlocutori – sebbene lo meritino – esasperandoli e portando la relazione ad un punto di rottura, cioè al collasso.

A pensarci bene, ognuno di noi ha sul cellulare un numero di telefono che, quando squilla, ci fa cominciare a sudare freddo: si tratta, magari, di quell’amico che ti cerca soltanto per scaricarti addosso tutti i suoi problemi, come anche, piuttosto, di quell’altro che ti chiama soltanto per lamentarsi o quando deve rimproverarti.

Quanto saremmo felici se – almeno ogni tanto – quelle persone ci chiamassero per condividere qualcosa di bello o farci i complimenti per qualcosa di buono che abbiamo fatto!

L’atteggiamento di non collasso rende capaci di rinvenire e far affiorare il bene, il giusto e il bello anche all’interno delle situazioni più difficili e complicate, stemperando le tensioni e – di conseguenza – preparando il terreno per un intervento più efficace, benevolmente operato e accolto di buon grado, laddove ciò si rendesse necessario.

Ritornando sulla gioia, considerata come pienezza della vita vissuta nella relazione, essa viene posta in 2Cor 2,3 da Paolo come capolinea per il treno della vita, che si muove su due rotaie equidistanti e percorse contemporaneamente dalle ruote del convoglio: una sola rotaia o la mancanza di equidistanza tra esse ne provocherebbero inevitabilmente il collasso.

Protezione e non collasso, nella capacità di decentrarsi e di partire dall’altro – nella condizione in cui si trova – possono diventare una marcia in più nella modulazione del nostro stile di relazione, orientando i nostri passi verso il capolinea della nostra vita, che è la pienezza nella gioia.

Pubblicato in 2/2016, Nelle sue mani