Elogio della differenza

Intervista a Claudio Gentili
A cura di Pier Marco Trulli

Claudio, nel tuo ultimo libro (“L’eclissi della differenza”) scritto con tua moglie Laura affronti il delicato tema del processo, che pare irreversibile, della fine delle differenze tra i due sessi. In realtà, come sembra suggerire il termine da voi usato, di tratta di un’impressione temporanea, di un’illusione ottica, perché la realtà rimane ben diversa. È così?
Certo, è proprio così. Papa Francesco nella sua enciclica “Evangelii Gaudium” tra le altre cose sostiene il primato della realtà sull’idea, anche se in alcuni momenti storici può succedere che temporaneamente prevalga la seconda. Ed è proprio questo il caso: oggi si è affermata l’idea che la differenza sessuale, la bipolarità maschile/femminile, sia foriera di discriminazione nei confronti delle donne, ed inoltre che questo sia anche causa di atteggiamenti negativi ed emarginanti nei confronti degli omosessuali, la cosiddetta “omofobia”. Ma non si può negare la realtà, il dato di natura come sostiene la teoria del gender, e buttare il bambino con l’acqua sporca. Si può, e si deve, valorizzare le differenze sessuali senza essere maschilisti e senza essere omofobi.

Veniamo allora proprio alla teoria del gender. Voi la definite una “ferita antropologica” e suggerite un approfondimento dei primi capitoli del “Genesi” quale antidoto alla sua deriva disumanizzante. Ci spiegate meglio?
La teoria del gender, o meglio l’ideologia del gender, in fondo ha le stesse caratteristiche del marxismo: è un grande grido di giustizia contro le discriminazioni e le disuguaglianze, ieri nei confronti dei poveri, oggi nei confronti di donne e omosessuali. Dietro questo grido c’è però una terapia profondamente sbagliata, proprio come il marxismo, dove prevalse il collettivo azzerando la singola persona. Così anche la teoria del gender sostiene che la differenza sessuale vada superata, e che al posto dell’essere sessuato ci sia una persona che si sceglie il genere a proprio piacimento. Nasce così l’idea che si possa arrivare ad un nuovo genere umano e ad una costruzione sociale.

Facci qualche esempio concreto…
Prova ad andare su Facebook negli Stati Uniti: quando vuoi registrarti scopri che non c’è solo la scelta tra “maschio” e “femmina”, ma ci sono ben cinquantasei possibili scelte diverse per indicare la propria sessualità. La teoria del gender ha fatto la sua prima apparizione nel 1995, alla conferenza di Pechino sulle donne organizzata dall’ONU. Si è poi diffusa non solo nei libri di filosofia o nei convegni, ma anche nei mass media e tra la gente. Mi viene da pensare a quello spot della Campari in cui ci sono due persone che paiono un uomo e una donna, poi però ci si accorge che la presunta donna è un uomo e che quello che sembrava un uomo in realtà è una donna, a significare che la sessualità è un’apparenza e che si può tranquillamente passare da un sesso all’altro. Penso anche a Lino Banfi, che in dosi veramente massicce ha veicolato in TV per anni l’idea che nelle relazioni sia tutto normale e giusto, e che i comportamenti sessuali siano indifferenti. Ma non si può non tener conto che il rapporto tra due persone dello stesso sesso non è mai aperto alla vita, che non potrà mai essere fecondo generando una vita nuova.

Che fare allora?
Non credo che serva a nulla, anzi forse peggiora la situazione, pensare di tornare al passato, invocando un ritorno alla famiglia patriarcale o arroccandosi su posizioni di retroguardia. Noi abbiamo avuto in questi ultimi cinquant’anni tre “rivoluzioni” nella sfera delle relazioni uomo/donna con cui dobbiamo per forza fare i conti, sempre per quel principio di realtà di cui parlavo all’inizio: la rivoluzione sessuale, quella contraccettiva e questa del gender. Anche se non le condividiamo, dobbiamo prendere le istanze positive e cercare il dialogo, non lo scontro. Ad esempio anche nel variegato mondo del gender ci sono elementi che sono condivisibili, come la valorizzazione della dignità della donna e il rispetto della persona a prescindere dai comportamenti sessuali, aspetti che ad esempio in altre religioni sono più compressi e meno sentiti. Dobbiamo in ogni modo fare i conti con la durezza del cuore, quella per cui Gesù in Mt. 19 dice che Mosè aveva dato agli ebrei la possibilità del ripudio: non perché fosse giusto, ma perché l’essere umano fatica e non sempre riesce a fare il bene (pensiamo alla lotta interiore di cui parla San Paolo).
Per questo lo sforzo maggiore va fatto nel raccontare la bellezza della differenza sessuale, come fa Genesi. Se noi riusciamo a far capire che la vera felicità è nella relazione uomo/donna e che lì c’è la vita, non altrove, facciamo superare anche le difficoltà nella maturazione dell’identità sessuale. Povia a Sanremo qualche anno fa cantava “Luca era gay, ma adesso sta con lei”, a testimonianza che questa “lei” aveva dato a Luca una prospettiva di felicità e di realizzazione che prima non aveva, chiudendosi alla differenza sessuale.

Che ruolo ha allora la differenza uomo/donna nel progetto di Dio sull’umanità?
Un ruolo fondamentale ed importantissimo. Se si rilegge la Genesi si scopre che è la storia di come si arriva a superare il caos e a mettere ordine.
C’è una differenza cosmica tra il cielo e la terra, tra la notte e il giorno, ma il mondo ha bisogno di entrambi, guai se ci fosse solo il buio o al contrario solo la luce. Così è anche per la differenza tra uomo e donna, che fa parte del progetto di Dio sul creato.
In fondo, la differenza fa parte della dimensione trinitaria, dove le tre persone sono distinte, ma ognuna contribuisce al bene. Certo, oggi la parola differenza fa paura perché evoca la disuguaglianza, ma io sono convinto che la differenza riduca le disuguaglianze e non le aumenti, mentre è vero il contrario: se riduci le differenze aumenti le disuguaglianze. A novembre scorso il Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, che da anni propone riflessioni e prospettive su ambiti sociali, ha avuto proprio questo tema e questo titolo (“Meno disuguaglianze Più differenze”). L’omologazione appiattendo le differenze umilia la dignità delle persone e produce disuguaglianze dappertutto, a scuola, nell’economia, nel lavoro.
Al contrario valorizzare le differenze aiuta ciascuno a realizzarsi meglio nelle cose in cui ha più attitudini e capacità.

Assieme a tua moglie hai una lunga esperienza di accoglienza e di formazione di coppie di sposi, con il Centro Betania. Ci dici il perché di questo impegno?
Nella Chiesa cattolica oggi c’è un grave deficit di formazione per le coppie e le famiglie. Le Parrocchie offrono in genere corsi di preparazione al matrimonio, ma sono spesso tardivi in quanto molte coppie già convivono e a carattere episodico, poiché si limitano a seguire questo momento del percorso coniugale. È invece necessaria una formazione per coppie cristiane post-matrimoniale, che sappia accompagnare le coppie nell’affrontare i principali nodi della vita coniugale, dal rapporto con le famiglie di origine alla gestione delle inevitabili crisi familiari, dalla scoperta della genitorialità all’educazione dei figli.
Il Centro offre proprio questo, cioè propone un cammino di preparazione per persone sposate, sia semplici coppie sia color che hanno la responsabilità dell’animazione di comunità di coppie di sposi.

Claudio, tu conosci bene il mondo scout essendo stato per anni Presidente del MASCI. Come può oggi lo scautismo rispondere a queste sfide e contribuire veramente ad un’educazione integrale e armonica delle persone?
Credo che lo scautismo possa dare un contributo importante ed originale alle sfide di cui abbiamo parlato. L’educazione integrale della persona non può prescindere da un significativo investimento nell’ambito dell’educazione all’affettività e alla sessualità.
È bene valorizzare le differenze sessuali nella reciprocità e nella complementarietà. Sono convinto che il lavoro di formazione che a livello di Capo e Capi portate avanti, assieme ad una corresponsabilità educativa e gestionale di entrambi i sessi, porterà i suoi frutti.

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