Testimoni della risurrezione

All’inizio del libro degli Atti degli Apostoli (At 1,15-26), il primo problema della comunità dopo l’ascensione di Gesù è la sostituzione di Giuda, per riportare a dodici il numero dei membri del collegio apostolico.

Si tratta di un brano molto denso, sia dal punto di vista teologico che ecclesiologico, ma nelle righe che seguono mi sembra importante soffermarmi brevemente sulle parole di Pietro che al v. 22 descrivono l’identità dell’apostolo: testimone della risurrezione. Se questo vale innanzitutto per gli apostoli, vale senz’altro anche per tutti i cristiani che con il battesimo sono stati inseriti nel corpo di Cristo, che è la Chiesa, e investiti della sua stessa missione di sacerdote, profeta e re; e vale, a maggior ragione, per i capi che questa missione esercitano attraverso il servizio educativo vissuto nello Scautismo, considerato come personale via di santificazione nella Chiesa e nel mondo. Cosa vuol dire, allora, per una capo e per un capo, essere testimone della risurrezione, nell’ambito della sua peculiare identità cristiana? Per cercare di tracciare un abbozzo di risposta, e magari stuzzicare la curiosità di chi legge, utilizzerò due termini che stanno alla base della gestione strategica di una azienda: la visione e la missione; termini che, dal canto loro, hanno già per se stessi una radice inequivocabilmente religiosa.

La visione

Nella gestione strategica, la visione – come riporta wikipedia – è la proiezione di uno scenario futuro che rispecchia gli ideali, i valori e le aspirazioni di chi fissa gli obiettivi e incentiva all’azione.

La visione, per noi cristiani, è la risurrezione. È la risurrezione, infatti, l’orizzonte ultimo verso cui si protende tutto ciò che siamo, che pensiamo, che desideriamo e che facciamo. Non vivere proiettati in questo scenario riduce il cristianesimo a miope vagabondaggio in una storia senza respiro e, in ultima analisi, senza speranza.

Come coltivare, allora, la visione cristiana che affonda le sue radici nella risurrezione? Innanzitutto, essendo consapevole del progetto di Dio, diventando capace di leggere la storia alla luce della Parola di Dio: è questo che illumina e dà senso alla storia personale, a quella dell’ambiente in cui vivo, della realtà associativa, ecclesiale, sociale, etc. Poi, bisogna coltivare la comunione con Dio e cercare la sua volontà nella preghiera personale e comunitaria, nella liturgia, nei sacramenti, nell’accompagnamento spirituale; come anche nell’inserimento nella vita della comunità. È questo vivere proteso verso la risurrezione che dischiude l’orizzonte ultimo della comunione con Dio.

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La missione

Nella gestione strategica – cito sempre wikipedia – la missione all’interno di una organizzazione è il suo scopo ultimo, la giustificazione stessa della sua esistenza, e al tempo stesso ciò che la contraddistingue da tutte le altre.

Se la visione è la risurrezione, per noi cristiani la missione è fondamentalmente di esserne testimoni. Io esisto per essere testimone, e questo mi riguarda in prima persona, non per sentito dire o, come spesso capita oggi, per sentito vivere, nella professione asettica di una fede che assomiglia molto a un fossile preistorico buono per stare in un museo. La missione cristiana (e qui ci riprendiamo il termine che il marketing ha preso in prestito) è movimento, dinamismo, apertura all’incontro, esistenza che affascina e, al contempo, relazione significativa che trascina con entusiasmo verso il compimento della visione. In una sola parola, è testimonianza!

Anche qui, occorre domandarsi come allenarsi ad essere testimoni. Il testimone è consapevole del ruolo che ha, assumendosene la responsabilità. È inserito attivamente nella comunità, esercitando i ministeri e gli incarichi ad esso affidati nella ricerca continua della fedeltà al progetto di Dio nelle scelte concrete da fare. Il testimone, ancora, è capace di esercitare il discernimento, sia personale che comunitario: consapevole della sua insufficienza, all’interno della comunità, con l’aiuto della Grazia, è capace di operare scelte adeguate – anche non convenzionali – nell’apertura alla novità della volontà di Dio e della sua azione nella storia.

Testimoni di risurrezione

Visione e missione hanno bisogno l’una dell’altra e si compenetrano nella vita concreta delle persone e delle organizzazioni. La stessa cosa la possiamo affermare per risurrezione e testimonianza nel cristianesimo.

La prima senza la seconda rimarrebbe un cimelio del passato, dimenticato nella polverosa soffitta della memoria; la seconda senza la prima si ridurrebbe ad annunzio senz’anima, privo di futuro, depotenziato nel suo contenuto fondamentale e qualificante. Da cristiano adulto, ogni capo, coinvolto nella splendida avventura dello Scautismo, è chiamato a declinare la visione e la missione della Chiesa, così come Pietro le ha descritte nel libro degli Atti, diventando sempre di più testimone della risurrezione nella sua vita personale e nel servizio educativo che, per grazia di Dio, è chiamato a svolgere in Associazione.

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DON PAOLO LA TERRA

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