Lo scautismo si fa, non si racconta

Piccolo esame di coscienza: in che modo vivo il mio scautismo? 

Magari qualche spunto di riflessione può aiutare. Diamo un’occhiata ai nostri scarponi: sono usati? Oppure, guardiamo il nostro quaderno di caccia (o taccuino): trovato? Oppure ancora, prendiamo una paio di corde e proviamo a fare il bolina doppio: riesce?

Scherzi a parte (ma mica tanto!), qual è il nostro modo di fare scautismo? Questa domanda ci è scattata dopo l’ennesima riunione fatta in Commissariato: siamo -ahimè- spesso seduti attorno al tavolo, a volte diverse ore.

E allora vorremmo ragionare con voi su quanto il nostro scautismo sia praticato piuttosto che raccontato.

Ci siamo accorti che in Associazione spesso, nelle diverse pattuglie (Unità, Gruppi, Distretti, eccetera) la parte della progettazione dell’esperienza educativa impegna così tanto da rischiare di dimenticare quanto sia importante la parte esperienziale dello scautismo, ossia il fare. C’è il rischio che si parli di qualcosa che è distante da noi, di cui alcuni, forse, cominciano ad avere un ricordo lontano.

Esiste poi un altro rischio, che viene dalla tecnologia: oggi attraverso i sistemi di comunicazione virtuale abbiamo spesso la sensazione di poter risolvere tutto stando seduti davanti ad un PC o con un piccolo Smartphone, un’email, una call conference o una video chiamata. Sono sicuramente mezzi utili e spesso risolutivi ma non possono sostituire l’esperienza.

Indiscutibilmente una parte delle nostre attività ci costringe a comportarci come visi pallidi e spesso è propedeutica e necessaria per una buona riuscita della vita all’aperto. Siamo di fronte a due modi di fare scautismo? Quello raccontato, attorno ad un tavolo, seduti a prendere appunti e quello della strada, del gioco con i ragazzi, del profumo del fuoco?

No: non crediamo di avere davanti due modelli opposti: anzi, essi fanno certamente parte dello stesso progetto educativo, ma a patto che abbiamo ruoli e tempi diversi.

Pensiamo ad una Direzione di Gruppo: la progettualità, la condivisione, il lavoro a tavolino sono dei momenti necessari ma che devono vivere di luce riflessa, quella luce che nasce dall’incontro con l’altro nel gioco dello scautismo. 

La parte dell’esperienza, del fare non può essere ridotta. E da lì che deve prendere slancio l’azione educativa.

C’è un altro aspetto che potrebbe spiegare il frequente ricorso ad uno stile educativo diversamente scout: i giorni che viviamo appartengono ad un tempo che ci ammorbidisce, ci rende autoreferenziali, ci porta a prediligere uno scautismo affievolito, in cui la lampada a gas sostituisce il fuoco, la riunione al chiuso è preferita ad una uscita all’aria aperta, in cui è meglio stare all’asciutto che camminare sotto l’acqua.

Rischiamo di dimenticare la vera essenza dello scautismo, fatta di abilità manuale, che ci offre il senso della concretezza in una vita sempre più improntata al virtuale, oppure di vita all’aperto che ci permette di comprendere l’autentico senso dell’ecologia come cura del creato attraverso uno sguardo contemplativo.

Allora, se è vero che lo scautismo passa attraverso i piedi (ma anche dalle mani, dagli abbracci, dal canto, eccetera), zaini in spalla e in marcia in questa meravigliosa avventura!

Noi, come potete vedere dalle foto, abbiamo cominciato con una pagaia ed una canoa!

Un grazie particolare al Noviziato del Treviso 12 che ha supportato il Commissariato in questa splendida avventura mettendo a disposizione le canoe, il bellissimo Sile e il graditissimo the caldo finale.

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