La speranza di una Capo

Da settembre, dopo sei anni di servizio da Commissaria Nazionale, sono tornata in servizio attivo in Gruppo, e devo dire che sono molto felice di questa opportunità. Mi è stato chiesto un servizio come Aiuto Capo Riparto, quasi a completare un capitolo che avevo abbandonato molti anni fa per le necessità di Gruppo che, oggi come ieri, non sempre si riescono a coprire con i giusti tempi, anche programmando, o forse anche per un disegno diverso che mi ha regalato risvolti inaspettati. Devo dire che l’escursione associativa nazionale mi ha donato una modalità nuova di osservazione delle giovani generazioni e della loro quotidianità. Parto da un racconto, un gioco semplicissimo fatto nel parco della nostra sede.
Ad ogni Guida avevamo dato un bigliettino con il significato diun segno di pista che ognuna di loro doveva riconoscere e ritrovare. A quel punto avrebbero trovato un secondo biglietto con scritti dei riferimenti del Vangelo che, messi insieme, ricostruivanola vita di Gesù (Percorso Bianco, prova per la Promessa). Ero preparata al fatto che non tutte le Guide si sarebbero ricordate com’era fatto il loro segno di pista, ed anche al fatto che avrebbero avuto delle difficoltà a
trovare quelli disegnati con un gessetto su un albero ad un altezza maggiore del proprio naso. Era tutto normale. Quello che mi ha stupito è stato altro: la maggior parte di loro non sapeva trovare sul Vangelo il brano. “Capitolo” e “versetto” erano riferimenti sconosciuti.
Dopo lo stupore iniziale, e la rinnovata consapevolezza che non si può dare nulla per scontato, mi sono messa a pensare a cosa potesse dirmi questo episodio. Mi accorgo sempre più che non solo la fede, ma anche la cultura cristiana, sta scomparendo dall’educazione delle giovani generazioni, in nome di un rispetto della libertà di scelta, che però trova il più grande limite nel non avere alcun punto di riferimento di base. Se Gesù e il Vangelo non trovano spazio nella vita delle bambine e delle ragazze, non lo troveranno di certo nelle Scolte e nelle Capo quando si tratterà di fare delle scelte di vita e di servizio. La “buona abitudine” a parlare di Gesù e della nostra fede deve far parte della nostra proposta educativa, oggi più di ieri. Se tutto questo è spesso fuori dalle famiglie di provenienza, non può essere fuori dalle nostre riunioni e dalle nostre uscite. E soprattutto non possiamo permetterci che di questo si occupi solo l’Assistente, perché sarebbe come relegare la scelta di fede ad un gruppo di pochi e strani eroi, e non viverla come qualcosa che entra nella vita di tutti i giorni, portando gioia e conforto, a noi e a loro. Credo che abbiamo non solo il dovere di educare alla fede… dobbiamo essere orgogliosi e grati di poterlo fare in piena libertà e gioia, considerato che le famiglie iscrivono i loro figli ad una associazione cattolica, e non ad un’altra.
Quando qualche anno fa, cominciando a lavorare e parlando della mia vita, dicevo che facevo servizio nel Gruppo Scout, i colleghi che da ragazzi avevano vissuto l’esperienza dei Lupetti o degli Esploratori ricordavano con nostalgia le emozioni del fuoco di bivacco o le avventure con la squadriglia, ammettendo
che, pur non avendo proseguito il cammino, quel tratto di vita era stato per loro significativo. Sono i frutti di una semina che i Capi non vedono, ma che fioriscono comunque.  Ecco, ora mi trovo a sperare non solo che un giorno le Guide di oggi ricordino con nostalgia i canti gioiosi, lo stupore del saper riconoscere un fiore o la conquista della Fiamma da parte della squadriglia, ma che conservino nel loro cuore anche il ricordo di Gesù come di un compagno fedele del loro cammino, perennemente disponibile all’ascolto, solida roccia su cui si poggiava la loro Capo e che potrà sempre sorreggere anche loro.

Michela Bertoni

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