ANDARE A VOTARE

Cosa chiede l’associazione ai suoi capi?
Nei prossimi mesi andremo a votare, in più occasioni.
Per iniziare a riflettere, ecco un contributo che ci ricorda la posizione dell’Associazione e quella della Chiesa.

Rispondere alla Chiamata al servizio di Capo è certamente una forma di testimonianza delle proprie scelte, della propria scala di valori e quindi, in senso lato, una scelta indirettamente politica. Potrebbe, allora, sorgere il dubbio circa la coerenza di una linea associativa che da un lato rifugge da pubbliche prese di pozione partitiche ma che, dall’altro, chiede ai Capi l’adesione ad una ben determinata scala di valori, cioè ad ideali ben chiari, ad una ben precisa antropologia. Questa e un’apparente ambiguità, su cui è bene soffermarsi. Sappiamo che non esiste una educazione neutra; educare vuol dire proporre un cammino, tracciare una strada, dare un senso al fare quotidiano, dare all’azione del giovane un perché, un pensiero. Questa linea, questo cammino, tutto il senso della nostra azione educativa, ha alla base il nostro essere credenti ed il proporre, quindi, la visione sull’uomo del Vangelo. Tra le molteplici visioni sull’uomo, frutto del pluralismo etico contemporaneo, essere Capi in Associazione richiede un’adesione ad una matrice valoriale ben determinata, che e quella cattolica. In questo senso, e solo in questo senso, sembra corretto affermare che rispondere alla Chiamata al servizio di Capo è una scelta, indirettamente, politica. Se, invece, si intende l’espressione scelta politica in senso stretto –  cioè la legittima liberta di impegnarsi pubblicamente nelle iniziative, azioni e strategie che meglio possono raggiungere, secondo il proprio criterio, le esigenze del bene comune – allora la scelta politica, diretta e pubblica, è impegno diverso, e non compatibile, con la scelta di essere Capi in associazione.

L’esercizio del diritto di voto
Ogni socio maggiorenne contribuirà, nei momenti elettorali a “dire la sua” su quale sia in concreto il programma partitico che meglio può realizzare, secondo le sue valutazioni, il bene comune. Si tratterà, comunque, sempre di scelte personali, mai collettive, ed e proprio grazie a questa impostazione che “nelle elezioni di tutti questi anni l’Associazione non ha dovuto scegliere, perché noi riteniamo che le scelte a livello politico spettino ai singoli adulti, nella loro responsabilità di persone mature” (Relazione al Ventennale dei Commissari Generali, in Azimuth n. 3/1996). E’ utile, forse, aggiungere che “la coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti. Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco il bene integrale della persona. È questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia… dell’embrione umano… della famiglia, la libertà di educazione per i genitori per dei propri figli, la liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù: si pensi ad esempio, alla droga e allo sfruttamento della prostituzione” (cfr. “Nota dottrinale circa l’impegno dei cattolici in politica”, Congregazione per la dottrina della Fede, 24/11/2002).
L’imperativo categorico per i cattolici di essere cittadini degni del vangelo non limita, però, la possibilità di ognuno di “scegliere, tra le opinioni politiche compatibili con la fede e la legge morale naturale, quella che secondo il proprio criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune”. Questo perché “le attività politiche mirano volta per volta alla realizzazione estremamente concreta del vero bene umano e sociale in un contesto storico, geografico, economico, tecnologico e culturale ben determinato. Dalla concretezza della realizzazione e dalla diversità delle circostanze scaturisce generalmente la pluralità di orientamenti e di soluzioni”.
È quindi estraneo ai compiti della Chiesa, ed in essa dell’Associazione, “formulare soluzioni concrete – e meno ancora soluzioni uniche – per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno”.

Anche i Vescovi italiani hanno recentemente precisato che il “criterio guida” per la scelta “è l’impegno programmatico” di assicurare “il pieno rispetto di quei valori che esprimono le esigenze fondamentali della persona umana e della sua dignità”. “Fra tutti, il rispetto della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale; la tutela e il sostegno della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna; il diritto di libertà religiosa, la libertà della cultura e dell’educazione. E quindi il diritto al lavoro e alla casa; l’accoglienza degli immigrati, rispettosa delle leggi e volta a favorire l’integrazione; la promozione della giustizia e della pace; la salvaguardia del creato”. Ma, spiegano i vescovi, questi valori “non possono essere selezionati secondo la sensibilità personale, ma vanno assunti nella loro integralità”. Papa Benedetto aveva già affermato nell’enciclica Caritas in veritate, infatti, che “Non può avere basi solide una società che – mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace – si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata”.

Sergio Colaiocco

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