Far famiglia

F amiglia, diventa ciò che sei!” esclamava Giovanni Paolo II in quel documento, la Familiaris Consortio, che è diventato un riferimento per chi vuole capire che cos’è la famiglia e come ci si diventa. Di fronte alle difficoltà della famiglia “tradizionale” e agli attacchi continui che la cultura attuale porta alla realtà familiare, provando a decretarne il superamento, ci si accorge di quanto carico di sofferenza e di malessere è portatrice questa visione pseudo-moderna della famiglia: ferite profonde nei genitori e nei figli, incapacità di amare, ricerca di surrogati affettivi, lacerazioni profonde, squilibri psicologici, bambini costretti a diventare orfani di un genitore dopo una separazione. Un panorama assai ampio di variabili che hanno come denominatore comune le fragilità affettive e l’incapacità di saper passare dall’innamoramento all’amore. È un fenomeno su cui si è tanto discusso in  assemblea, sia in quella Generale che in quelle Regionali che l’hanno preceduta: si è parlato di come aiutare le famiglie ad affrontare e superare le difficoltà. In altre parti di questo numero proviamo a dare qualche risposta sulla crisi della coppia e sugli strumenti che abbiamo a disposizione per provare a porvi rimedio. In questa breve nota, invece, vorrei provare a indicare alcuni punti essenziali per costruire una famiglia capace di affrontare il futuro e le intemperie. È bello, innanzitutto, notare che questi punti li troviamo già nella Genesi, il primo libro della Bibbia, e che la loro validità è oggi pienamente confermata dagli studi scientifici di varie discipline.

Lasciare il padre e la madre (cfr. Gn 2,24).
È il primo passo fondamentale: se non si esce di casa non si è in grado di formare una nuova famiglia. E l’uscita non è solo fisica: quelli che devono essere rivisti sono i rapporti con i propri genitori, marcando una distanza che non è rifiuto ma solo differenza: io sono un’altra persona da chi mi ha generato. Lo svincolo dai genitori significa in fondo rinunciare alla loro approvazione, sapendo talvolta di deluderli o di contrariarli. È uno scoglio fondamentale per tutti: oggi forse è un po’ più complicato, per i nostri giovani, dalla difficoltà di trovar lavoro e uscire di casa prima dei trent’anni. Chiediamoci però se noi stessi siamo veramente riusciti a “lasciare” i nostri genitori e a tagliare il cordone ombelicale. Non per disinteressarci di loro, ma per diventare autonomi ed essere noi stessi. Domandiamoci anche quanto aiutiamo i nostri ragazzi e i loro genitori a vivere positivamente questo distacco, come un vero momento di crescita.

Una sola carne (cfr. Gn 2,24).
Il senso di questo comando biblico, che si riferisce alla coppia (“i due saranno una sola carne”), è la costruzione di una nuova entità, un “noi” che ha un valore più forte del legame di sangue con i propri genitori. Anche questa non è una fase scontata, spesso l’intimità viene confusa con il semplice rapporto sessuale, mentre è molto di più: vuol dire fare una scelta, rinunciando ad altro e spendendosi pienamente nel rapporto di coppia. Un amore in cui il dono non è pieno e totale difficilmente ci farà felici. Potremo esserlo solo se la nostra scelta sarà convinta e ragionata, tenendo cioè ben presenti i pregi e i difetti dell’altro. Questa scelta però va anche rinnovata, coltivata, confermata: non basta viverla nel giorno delle nozze, bisogna investire nella relazione “per sempre”. È una necessità umana per far durare il rapporto, ma per noi cristiani è anche il segno del sacramento del matrimonio che è un dono per la comunità come l’ordine sacro, cioè il sacerdozio. Allora è bene chiedersi se per noi l’intimità è solo una questione di sesso, o se coinvolge tutta la persona. Se il dono è pieno, o se abbiamo il “braccino corto”… Riflettiamo poi se aiutiamo i nostri capi e le nostre capo giovani a prepararsi al dono e a costruire un “noi” forte. O se pensiamo più ai bisogni del gruppo, magari consentendo loro, nei momenti di difficoltà del rapporto, di nascondersi dietro agli impegni del servizio.

Aprirsi al progetto di Dio ed essere fecondi (“crescete e moltiplicatevi”).
L’apertura alla vita va intesa in senso ampio, non solo nella fertilità fisica. Ma anche questa, con senso di responsabilità, va curata. La fecondità è ricchezza del rapporto, è capacità di essere dono per gli altri. Se viene trascurata e considerata un accessorio del rapporto, e non un elemento fondante, allora si rischia di disperdere le energie o di indirizzarle altrove. Con tutti i rischi del caso per la coppia. Viviamo ormai in una società che è poco incline alla trasmissione della vita. I figli sono spesso visti come un ostacolo alla realizzazione personale, un handicap per la carriera o il benessere individuale. Spesso le posizioni della Chiesa in tema di sessualità,  apertura alla vita e contraccezione sono fraintese, irrise, scarsamente comprese. Ma la valenza profetica del Magistero e la realtà sapiente della trasmissione della vita ci fanno capire che quest’aspetto è importante e vale la pena di pensarci su, e chiederci se ci facciamo frenare da paure, titubanze, egoismi. Se viviamo più come singoli che come coppia, e se abbiamo capito veramente il senso di ciò che ci viene chiesto dalla Chiesa. Argomenti così importanti e decisivi per la nostra felicità non possono certo essere esauriti in poche righe: c’è il rischio di essere fraintesi o di fermarsi solo a ciò che piace di più. Ma è un rischio che vale la pena di correre, perché queste sono tappe di un cammino che percorriamo noi per primi, e solo se riflettiamo sugli aspetti più significativi possiamo vivere bene la nostra esperienza di amore, testimoniarla
e trasmetterne il senso agli altri.

Pier Marco Trulli

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