Famiglie in difficoltà, c’è speranza

Intervista a Don Carlo Rocchetta
Mons. Carlo Rocchetta è stato docente di sacramentaria alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e alla Facoltà Teologica di Firenze.
Attualmente insegna all’Istituto Teologico di Assisi ed è direttore del corso di Teologia Sistematica di Bologna.
Ha pubblicato numerosi scritti e contributi su riviste scientifiche.
Per informazioni sulla Casa della Tenerezza vedi il sito web www.casadellatenerezza.it

 

Don Carlo, da alcuni anni ti occupi, assieme alla tua comunità, delle coppie in difficoltà. In cosa consiste questo tuo impegno?
È un impegno molto forte quello che svolgiamo con le coppie in difficoltà. Ogni mese abbiamo tra i cento e i centocinquanta colloqui, sia io che le coppie di consulenti familiari della comunità. Le seguiamo con colloqui privati settimanali e con un incontro di gruppo una volta al mese sulle dinamiche di coppia. Il cammino è abbastanza impegnativo e prolungato, non basta ovviamente un solo colloquio. In genere il percorso dura almeno tre mesi, però porta i suoi frutti.

Parliamo proprio dei frutti. Che possibilità hanno le coppie che si rivolgono a voi di riuscire a ricomporre le crisi e superare le difficoltà?
Sulla  base  dell’esperienza  concreta  ed ormai consolidata, dato che sono ormai undici anni che svolgiamo questo servizio, posso dire che le possibilità sono elevate. Almeno il sessanta per cento del totale, cioè sei coppie su dieci, riesce a superare la crisi e a ritrovare nuove modalità di relazione. Proprio questi buoni risultati ci fanno provare un grande rammarico, perché in Italia non ci sono molti centri  di  questo  tipo  e  quindi  le  coppie quando vanno in difficoltà spesso non trovano nessuno ad aiutarle e sovente si separano,  con  tutto  ciò  che  questo  comporta anche per l’equilibrio affettivo dei figli. Auspichiamo perciò che sorgano altre realtà a servizio delle coppie  in difficoltà.

Da professore universitario ad apostolo delle coppie e delle famiglie in difficoltà. Come sei arrivato a questo?
Anche quando ero professore universitario ho sempre lavorato con le coppie, ho seguito i corsi per consulente familiare e conoscevo bene queste dinamiche. Poi ho scritto un libro, la “Teologia della Tenerezza”, su cui ho lavorato per tre anni: è stata questa riflessione a suscitare in me il bisogno di fare qualcosa di concreto per le coppie, specialmente quelle in difficoltà.  È stato un travaglio interiore che è durato un anno, e alla fine ho elaborato  un progetto specifico per un centro di accoglienza per le famiglie. Proprio in quel periodo il Vescovo di Perugia, Mons. Chiaretti, è venuto a saperlo e mi ha chiamato, proponendomi di farlo nella sua città. Ho preso del tempo per dimettermi dai miei incarichi e nel 2001 mi sono trasferito a Perugia. Ho trovato un bel gruppo di coppie, con cui ho costituito il centro “Casa della Tenerezza”, un’esperienza di condivisione e di comunità tra laici e presbiteri.

Come funziona questa comunità?
Gli sposi vivono nelle loro case, ma abbiamo momenti di incontro e di preghiera comune. Poi c’è il servizio: oltre alle coppie in difficoltà facciamo formazione ai fidanzati, accogliamo separati e divorziati, prepariamo weekend e campi per coppie di sposi e di famiglie. C’è poi un intenso lavoro teologico e di approfondimento della spiritualità coniugale, una produzione anche di sussidi per i gruppi e le famiglie, libri e canti: insomma, un grosso  impegno!

Come Associazione ci siamo chiesti proprio nell’ultima Assemblea cosa fare come Capi per rispondere all’emergenza di cui tu hai parlato. Cosa puoi suggerirci?
Credo che sia importante responsabilizzare le famiglie, perché noi possiamo fare un lavoro splendido ma se non c’è dialogo e interazione con le famiglie non si ottiene nulla. La famiglia resta la prima scuola di vita, ed è necessario che ci sia armonia tra questi due momenti educativi.

Uno degli aspetti caratteristici della nostra Associazione è l’intereducazione, ovvero l’educazione parallela per ragazzi e ragazze. Come vedi questa scelta anche in ottica di orientamento dei giovani ad una sana identità sessuale?
Credo che sia molto importante far emergere il genuino maschile e femminile, perché oggi il grande rischio è quello di omologare i due sessi, con il risultato di femminilizzare i ragazzi e di mascolinizzare le ragazze. Certo, le attività separate vanno fatte con equilibrio, prevedendo comunque incontri e momenti comuni. Mi sembra comunque una buona scelta di valorizzazione del maschile e del femminile, proprio in un momento in cui alcune tendenze propongono una lettura di genere che distorce la realtà. Dio ci ha creati maschi e femmine, e sottolineare il contributo che può esserci nella reciprocità tra maschile e femminile è quanto mai opportuno.

  Pier Marco Trulli

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