Intervista a Francesco Belletti, Presidente Nazionale del Forum delle Famiglie La“buona novella” della famiglia

Tra i temi che le Capo e i Capi dell’Associazione stanno affrontando per la preparazione all’Assemblea Generale c’è anche la famiglia, che per la sua centralità non a caso è il primo argomento proposto. Anche nell’ottica di dare ulteriori informazioni e spunti di riflessione da parte di un “addetto ali lavori”, Azimuth ha intervistato, in occasione di un convegno sui trent’anni della Familiaris Consortio, Francesco Belletti, Presidente Nazionale del Forum delle Famiglie e Direttore del Centro Studi Internazionali sulla Famiglia. Nel testo troverete alcuni riferimenti alle chiavi di lettura e alle sfide proposte nel sussidio “strumento 1”.
Professor Belletti, sono passati trent’anni dalla pubblicazione della Familiaris Consortio, l’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II sulla famiglia. Che cosa ha significato per la Chiesa e per il mondo?
La Familiaris Consortio ha assunto, come dire, un mandato del Sinodo dei Vescovi, una domanda proveniente da tutte le Chiese locali che ha chiesto al magistero di dare un segnale forte. Rivedendola adesso si riscopre che era un mandato forte di responsabilità ad ogni famiglia cristiana, era come dire: il compito di testimoniare la buona notizia del Vangelo e della famiglia spetta a ciascuno di noi, nella sua propria vocazione.
E poi, in dettaglio, la declinazione molto moderna della Familiaris Consortio: rileggere un documento di trent’anni
fa e scoprire ancora un’agenda per la politica nel nostro paese o per l’identità europea, o ancora per proteggere le popolazioni negli estremi del mondo, è un qualcosa che sorprende per la capacità profetica.
Il Forum delle Associazioni Familiari, di cui lei è presidente, si sente un po’ figlio della Familiaris Consortio. Ci può spiegare cos’è il Forum e cosa fa?
Il Forum è una rete di associazioni familiari, nata diciotto anni fa: cinquanta associazioni nazionali, venti forum regionali, quaranta/cinquanta forum locali. Mette insieme le famiglie associate, quindi è un soggetto che valorizza la capacità di aggregazione delle famiglie che generano fatti sociali, progetti culturali, risposte ai bisogni. Ci sono famiglie con figli disabili, famiglie di vedovi, famiglie di separati.
C’è la grande vertenza della cittadinanza sociale della famiglia: il compito del Forum è proprio quello di rappresentare la famiglia come un soggetto pubblico della nostra società.
Lei è un attento osservatore dei cambiamenti della famiglia in Italia, dato che è anche direttore del Centro Studi sulla famiglia. Ma la famiglia italiana come sta? È ammalata, sta per morire o che altro?
La famiglia è una delle risorse più resistenti del nostro Paese, nonostante gli attacchi e le difficoltà della vita attuale. Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Dobbiamo recepire seriamente e leggere tutti i segnali di crisi, ma senza scoraggiarci. Per esempio il legame di coppia nella nostra società è in grande difficoltà, il progetto per sempre, la fedeltà del progetto d’amore. Ma la sua insostituibilità per proteggere le persone, per garantirne la felicità e per costruire una società più giusta va tenuta sempre presente. La famiglia è insostituibile. Quindi, investire per la famiglia e non assisterla. È per questo che, tra l’altro, chiediamo l’applicazione del “Fattore Famiglia”, cioè di una tassazione che tiene conto del costo del mantenimento dei figli. È un investimento, non un costo, è uno strumento di equità fiscale per le famiglie e il loro ruolo sociale che però può rappresentare un volano per lo sviluppo, consentendo anche la creazione di nuovi posti di lavoro. La famiglia restituisce il centuplo di quanto riceve!
Due parole sulle convivenze, una realtà che coinvolge molto i giovani e con cui i nostri capi devono fare i conti.
Le convivenze sono l’esito della società liquida, sono anche l’idea che la vita non procede per salti e per grandi decisioni, per grandi progetti. E invece nella storia del familiare c’è bisogno come dire di un momento in cui si prende la decisione. E allora si scommette sull’altra persona, sull’amore che c’è, e questa scommessa va sul “per sempre”.
Questo è quello che va in crisi. Le convivenze sono quindi frutto di una difficoltà di progetto, della fatica di investire, di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Questo non significa giudicare le persone che fanno questa scelta, ma significa che alle nuove generazioni va testimoniato che progettare è possibile e che il futuro non è un luogo nemico, ma è il luogo dove diventare uomini.
Come fare i conti con questa paura del futuro?
Il nostro Paese ha consumato irresponsabilmente per decenni ben più di quello che produceva, scaricando sulle generazioni future i consumi di oggi e lasciando in eredità non un patrimonio, ma un debito: un debito che è soprattutto pubblico. Nessun Paese potrà mai uscire dalla crisi senza investire sul futuro, in ambito economico, politico o strutturale. E i Paesi più accorti hanno capito che il futuro lo costruiscono le nuove generazioni, che solo nelle famiglie vengono protette e valorizzate: quindi occorre investire prioritariamente in capitale umano e sociale, nei giovani, nei sistemi formativi, nell’equità fiscale per la famiglia, in un nuovo welfare sussidiario, nei legami familiari di cura, sostegno e solidarietà, spostando quote significative di Pil dalle generazioni adulte e anziane a quelle giovani.
Il ruolo del padre oggi è messo in discussione e spesso rischia di essere l’anello debole della comunità familiare. Come vede, anche da padre, la situazione?
È vero, la figura paterna è quella meno attrezzata.  I cambiamenti rapidi hanno investito  le madri, però il ruolo della donna è più protetto da percorsi educativi, poi la madre ha nove mesi di tempo per convivere con una creatura al proprio interno. Spesso invece un padre il primo bambino piccolo che ha in mano è quello che nasce da sua moglie. C’è un’incompetenza dei padri, quindi c’è proprio bisogno di un accompagnamento. I padri oggi sono più fragili ed hanno bisogno di essere sostenuti. Certamente, questa grande rivolta contro l’autorità ha buttato via il bambino con l’acqua sporca, cioè ha travolto quella funzione di guida, di normatività, di testimonianza credibile verso la società che i padri devono garantire. Peraltro, per ogni bambino c’è bisogno di un simbolico maschile e femminile da rappresentargli. La diversità nella sessualità è la responsabilità primaria dei genitori, ma questo è iscritto nel progetto naturale di ogni essere umano. Nasciamo da un uomo e da una donna, e per crescere abbiamo bisogno di un uomo e di una donna.
La nostra Associazione ha come scopo l’educazione dei giovani tra 8 e 21 anni. Ma come si educa alla famiglia?
Questa è una bella scommessa, è un’altra delle tensioni più forti della contemporaneità oggi. Bisogna insegnare a liberarsi della famiglia senza abbandonarla. Il mestiere dell’adolescente è quello di costruirsi un progetto di vita umana, valorizzando memoria e tradizione. Il congresso di Verona della Chiesa italiana nel 2006 aveva parlato proprio di questo e aveva tradotto la parola educazione con la parola tradizione. Vuol dire che il passato deve essere un valore e allora dobbiamo aiutare i figli a scoprire il mondo esterno come un luogo buono. Quindi avere associazioni, avere oratori, avere preti e assistenti spirituali che aiutano i giovani ad uscire di casa perché questo è giusto, ma in modo che i genitori non siano nemici, piuttosto degli alleati in questo progetto educativo. Certo, c’è da aiutare anche i genitori a lasciare andare i figli…

Pier Marco Trulli

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